“Ci vediamo all’alba”, Anna Della Rosa e Linda Gennari nel mito contemporaneo di Orfeo ed Euridice

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“Ci vediamo all’alba”, Anna Della Rosa e Linda Gennari nel mito contemporaneo di Orfeo ed Euridice

Il testo di Zinnie Harris porta in scena due donne sospese tra la vita e la morte. Un viaggio intimo e doloroso attraverso la perdita, la memoria e il desiderio impossibile di riavere accanto chi non c’è più

Due donne raggiungono una riva dopo aver attraversato l’acqua, la paura e l’urto di qualcosa che sembra avere spezzato per sempre le loro vite. Sono salve, forse. Sono ancora vive, forse. Cercano una strada per tornare a casa, ma il luogo in cui si trovano non risponde più alle regole della realtà.

Comincia da questa sospensione “Ci vediamo all’alba”, testo della drammaturga scozzese Zinnie Harris, interpretato da Anna Della Rosa e Linda Gennari. Uno spettacolo che affronta il dolore della perdita attraverso una riscrittura contemporanea, intima e interamente femminile del mito di Orfeo ed Euridice.

Il riferimento al racconto classico non rappresenta però un semplice richiamo letterario. Il mito diventa la struttura profonda attraverso cui indagare il bisogno umano di opporsi all’irreparabile, di tornare indietro e modificare l’ultimo gesto o l’ultima parola pronunciata prima di una separazione definitiva.

Orfeo ed Euridice diventano due donne

Nel mito greco, Orfeo scende nel regno dei morti per riportare alla luce Euridice. Gli dèi gli concedono di condurla fuori dagli inferi a una condizione: non dovrà voltarsi a guardarla prima di avere raggiunto il mondo dei vivi. Orfeo, sopraffatto dal dubbio e dal desiderio, si volta e la perde per sempre.

Zinnie Harris riprende questa storia e ne rovescia la prospettiva. Orfeo non è più soltanto colui che tenta di salvare la persona amata ed Euridice non è più soltanto colei che viene perduta. Il mito si trasferisce nei corpi e nella relazione tra due donne, diventando una riflessione sulla memoria, sul desiderio e sull’impossibilità di accettare che l’amore, per quanto profondo, non sia sempre sufficiente a trattenere chi amiamo.

Al centro del testo non c’è quindi soltanto la morte, ma soprattutto ciò che la perdita provoca in chi resta. Il tempo smette di procedere in modo lineare, i ricordi invadono il presente e anche le parole più quotidiane assumono significati nuovi e dolorosi.

Una riva sospesa tra realtà e aldilà

La scena non viene concepita come la ricostruzione realistica di una spiaggia, ma come un paesaggio interiore. La riva sulla quale arrivano le due protagoniste è anche un limbo, una soglia tra il mondo dei vivi e un altrove che non viene mai definito completamente.

Le scene e i costumi di Anna Varaldo contribuiscono a costruire questo spazio fragile e sospeso. Non descrivono un luogo preciso, ma evocano una materia attraversata dall’acqua, dalla memoria e dall’assenza.

Il mare diventa così molto più di un elemento naturale: è confine, separazione e passaggio. Allo stesso modo, l’alba evocata dal titolo non rappresenta soltanto l’inizio di un nuovo giorno. È il momento in cui la notte non può più nascondere ciò che è accaduto e la luce costringe finalmente a guardare la realtà.

Le musiche e i suoni costruiscono ciò che non si vede

La dimensione emotiva dello spettacolo è accompagnata dalle musiche di Roberta Di Mario, pensate come una presenza rarefatta, quasi proveniente da una stanza lontana della memoria. Il suono non sottolinea direttamente il dolore delle protagoniste, ma lo sfiora, lasciandolo emergere senza trasformarlo in un sentimento dichiarato o prevedibile.

Il disegno sonoro di Edoardo Ambrosio dà invece consistenza a ciò che rimane invisibile: l’acqua, il vuoto, l’assenza e la percezione di una realtà ulteriore che sembra circondare i corpi delle due donne.

Le luci di Francesco Traverso trasformano l’alba in una progressiva rivelazione. Il buio non viene semplicemente cancellato dalla luce, ma reso visibile, come se ciò che era rimasto nascosto potesse finalmente essere osservato e riconosciuto.

Anna Della Rosa e Linda Gennari attraversano le forme del dolore

A sostenere la complessa partitura emotiva del testo sono Anna Della Rosa e Linda Gennari, chiamate non a rappresentare il dolore in maniera uniforme, ma ad attraversarne tutte le contraddizioni.

Lo shock, la negazione, la rabbia, la paura e la tenerezza convivono con improvvisi momenti di ironia e lucidità. La sofferenza reale, suggerisce lo spettacolo, non conserva mai una sola temperatura: può portare a ridere nel momento meno opportuno, a diventare crudeli con chi si ama o a credere improvvisamente in ciò che fino a poco prima sembrava impossibile.

La regia sceglie di non spiegare ogni passaggio e di non offrire allo spettatore una soluzione definitiva. La scena, i corpi, le luci e i suoni rimangono in una zona di incertezza, permettendo al pubblico di entrare gradualmente in un territorio nel quale ogni certezza può vacillare.

Il testo di Harris non viene quindi risolto, ma abitato. Lo spettacolo chiede di restare dentro l’umana fragilità senza correggerla, nasconderla o trasformarla in una morale consolatoria.

L’amore quando non può più cambiare la realtà

“Ci vediamo all’alba” racconta l’amore nel momento in cui non può più intervenire sugli eventi, ma continua ad agire dentro chi resta. È il desiderio impossibile di ripetere l’ultimo gesto, correggere una frase o tornare per un solo istante a prima dell’irreparabile.

Di fronte a una perdita, l’essere umano torna a essere mitologico: vorrebbe scendere agli inferi, discutere con gli dèi e ottenere dalla morte un’eccezione. È proprio da questo desiderio impossibile che nasce il teatro, inteso come uno spazio nel quale osservare ciò che ci spezza senza essere obbligati a guarirlo immediatamente.

Lo spettacolo non promette di spiegare come si supera una perdita. Mostra piuttosto come l’assenza possa continuare a trasformare chi rimane e come le persone perdute possano sopravvivere sotto forma di voce, domanda e memoria.

L’alba, alla fine, non cancella la notte. La illumina e la rende visibile, costringendo le protagoniste e il pubblico a riconoscere ciò che è accaduto. Perché amare significa anche accettare di essere cambiati per sempre.

Alice Rondet

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