Reti fantasma, la plastica che continua a pescare: dai numeri mondiali al Mar Ligure

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Reti fantasma, la plastica che continua a pescare: dai numeri mondiali al Mar Ligure

Una rete da pesca persa o abbandonata può restare sui fondali per anni, continuando a intrappolare animali e a danneggiare gli habitat marini. È il fenomeno delle reti fantasma, un problema globale che riguarda il Mediterraneo e arriva fino al Mar Ligure, dove alle Secche di Santo Stefano al Mare sono stati recuperati 300 chili di reti e attrezzature.

Che cosa succede a una rete da pesca quando viene persa o abbandonata in mare? La barca può essere tornata in porto da anni, ma sul fondale quella rete può continuare a fare ciò per cui è stata costruita: catturare.

È questo il meccanismo alla base delle cosiddette reti fantasma, attrezzi da pesca persi, abbandonati o dispersi che possono continuare a intrappolare pesci e altri organismi, muoversi sui fondali e danneggiare habitat marini anche molto tempo dopo la loro perdita.

Il fenomeno è globale, ma non riguarda soltanto oceani lontani. Coinvolge il Mediterraneo e arriva fino alla Liguria. Alle Secche di Santo Stefano al Mare, nell’Imperiese, un intervento ha permesso di recuperare 300 chilogrammi di reti fantasma e liberare porzioni delle foreste di gorgonie presenti sui fondali.

Per capire la dimensione del problema bisogna però allargare lo sguardo: ogni anno nel mondo vengono perse quantità enormi di reti, lenze, ami, nasse e altri attrezzi da pesca.

In questo articolo scoprirai

Cosa sono le reti fantasma e perché continuano a pescare

Quando si parla di inquinamento del mare, l’attenzione si concentra spesso sui rifiuti più visibili: bottiglie, sacchetti e plastica che galleggia in superficie o arriva sulle spiagge.

Una parte del problema, però, rimane nascosta sui fondali.

Reti da pesca, lenze, palangari, nasse e trappole possono essere persi durante le attività in mare oppure abbandonati. Una volta dispersi, alcuni di questi attrezzi continuano a svolgere la funzione per cui sono stati progettati, catturando animali anche in assenza dei pescatori.

È il fenomeno della pesca fantasma, o ghost fishing: la cattura continua e non intenzionale provocata dagli attrezzi da pesca che rimangono in mare.

Una bottiglia abbandonata è un rifiuto. Una rete fantasma è un rifiuto costruito per catturare. Ed è proprio questa funzione originaria a renderla particolarmente pericolosa.

Gli attrezzi dispersi possono intrappolare pesci, tartarughe, cetacei e altri organismi marini. Possono inoltre impigliarsi negli habitat del fondale, muoversi con le correnti e provocare danni agli ambienti con cui entrano in contatto.

Quanto è grande il problema delle reti fantasma

Misurare con precisione la quantità di attrezzi da pesca che ogni anno finiscono in mare è difficile. Le stime sono cambiate nel tempo anche in base ai metodi di calcolo utilizzati.

Uno studio pubblicato nel 2022 su Science Advances ha stimato che ogni anno venga perso in mare quasi il 2% degli attrezzi utilizzati dalla pesca commerciale mondiale.

Tradotto in numeri, significa circa:

Una sola misura basta a visualizzare la scala del fenomeno: 740 mila chilometri sono sufficienti a fare circa 18 volte il giro della Terra.

FAO e Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente hanno inoltre indicato una stima di circa 640 mila tonnellate di attrezzi da pesca persi o abbandonati ogni anno, pari a circa un decimo dei rifiuti presenti negli oceani.

Le cause della dispersione possono essere diverse.

Una rete può essere persa durante una tempesta, rompersi a causa delle condizioni del mare, impigliarsi sul fondale oppure diventare troppo difficile o pericolosa da recuperare. In altri casi possono incidere errori umani, la mancanza di strutture adeguate nei porti per il conferimento degli attrezzi arrivati a fine vita o pratiche legate alla pesca illegale.

Il problema, però, non termina nel momento della perdita. Una rete può restare in mare e continuare a produrre conseguenze per mesi o anni.

Reti fantasma in Europa e nel Mediterraneo

Il problema riguarda direttamente anche i mari europei.

Secondo i dati richiamati dal Parlamento europeo, i rifiuti provenienti dalla pesca e dall’acquacoltura rappresentano il 27% dei rifiuti marini.

In altre parole, più di un rifiuto marino su quattro è collegato a queste attività.

Nell’Unione europea, inoltre, viene riciclato soltanto l’1,5% degli attrezzi da pesca.

Il tema si inserisce in una questione più ampia che riguarda anche il Mediterraneo. Solo una piccola parte della plastica presente in mare resta visibile in superficie, mentre gran parte può raggiungere gli ambienti profondi e i fondali.

Per il Mediterraneo, i dati richiamati dal Parlamento europeo indicano inoltre centinaia di tonnellate di rifiuti immesse direttamente ogni giorno e oltre 11 mila tonnellate di plastica che raggiungono ogni anno il bacino dall’ambiente.

Le reti fantasma rappresentano un problema particolare proprio perché sono difficili da individuare. Possono trovarsi a profondità diverse, impigliarsi negli habitat e, in alcuni casi, il loro recupero richiede operazioni complesse.

In Italia recuperate oltre 22 tonnellate di attrezzi da pesca

Anche nel Mediterraneo italiano sono stati realizzati interventi specifici per individuare e recuperare gli attrezzi dispersi.

Il progetto Strong Sea LIFE, coordinato da ISPRA e avviato nel 2021, ha portato in cinque anni a:

Tra gli attrezzi individuati a profondità comprese tra 8 e 40 metri c’erano reti da posta, reti a strascico, nasse e palangari.

Perché una rete non può sempre essere semplicemente rimossa

Il recupero non è sempre un’operazione semplice.

In alcuni casi la rimozione completa di una rete può provocare ulteriori danni all’habitat sul quale l’attrezzo si trova da tempo. Per questo ISPRA, durante alcune operazioni, ha scelto di inattivare gli attrezzi direttamente sul fondale invece di rimuoverli completamente.

È uno degli aspetti più complessi del problema: con il passare del tempo una rete può essere progressivamente colonizzata dalla vita marina.

Le analisi sui materiali recuperati hanno individuato 89 specie appartenenti a 50 gruppi di organismi, con una prevalenza di crostacei, alghe e organismi incrostanti.

La rete, quindi, non resta semplicemente appoggiata sul fondale. Con il tempo può entrare in relazione con l’ambiente circostante, rendendo ancora più delicata la scelta su come intervenire.

Reti fantasma nel Mar Ligure: 300 chili recuperati alle Secche di Santo Stefano al Mare

Dalla scala globale il problema arriva fino alla Liguria.

Alle Secche di Santo Stefano al Mare, nell’Imperiese, un intervento coordinato dall’organizzazione no profit Worldrise ha permesso di recuperare 300 chilogrammi di reti fantasma e di liberare ampie porzioni delle foreste di gorgonie presenti sui fondali del Mar Ligure.

Le gorgonie sono organismi marini dalla struttura ramificata che formano ambienti complessi e rappresentano habitat importanti per numerose specie.

Worldrise le descrive come vere e proprie «metropoli sottomarine»: secondo le stime riportate dall’organizzazione, oltre 1.600 specie dipendono da questi habitat per la crescita, l’alimentazione e la protezione.

Il recupero delle reti alle Secche di Santo Stefano al Mare ha quindi avuto un significato che va oltre la semplice rimozione di un rifiuto.

Liberare una foresta di gorgonie significa intervenire su un habitat dal quale dipende una parte molto più ampia della biodiversità marina.

«Le reti fantasma sono una minaccia silenziosa che continua ad agire anche quando non è più visibile», ha spiegato Mariasole Bianco, biologa marina e presidente di Worldrise.

Recuperare questi materiali, secondo Bianco, significa «restituire spazio alla vita marina, proteggere habitat fondamentali come le foreste di gorgonie e trasformare la tutela del mare in un’azione concreta».

Un problema globale che arriva fino ai fondali della Liguria

I 300 chili di reti e attrezzature rimossi nel Ponente ligure rappresentano una parte minima rispetto ai numeri mondiali. Ma rendono visibile e vicino un fenomeno che spesso viene percepito come distante.

Per trovare una rete fantasma non serve guardare agli oceani dall’altra parte del mondo. Può trovarsi a pochi chilometri dalla costa ligure, intrecciata a una foresta di gorgonie.

Ed è questo il paradosso delle reti fantasma: ciò che viene perso in mare non necessariamente scompare. Può continuare a pescare, intrappolare e modificare il fondale molto tempo dopo che qualcuno ha smesso di usarlo.

FAQ sulle reti fantasma

Che cosa sono le reti fantasma?

Le reti fantasma sono reti e altri attrezzi da pesca persi, abbandonati o dispersi in mare. Possono continuare a catturare animali e a interagire con gli habitat marini anche dopo la loro perdita.

Che cos’è la pesca fantasma?

La pesca fantasma, o ghost fishing, è la cattura involontaria provocata da reti, lenze, nasse e altri attrezzi da pesca che continuano a restare attivi in mare senza essere più controllati dai pescatori.

Perché le reti fantasma sono pericolose?

Possono intrappolare animali marini, continuare a catturare organismi per lunghi periodi e danneggiare gli habitat del fondale. In alcuni casi possono anche essere difficili da rimuovere senza provocare ulteriori danni.

Ci sono reti fantasma anche nel Mar Ligure?

Sì. Alle Secche di Santo Stefano al Mare, nell’Imperiese, un intervento coordinato da Worldrise ha permesso di recuperare 300 chilogrammi di reti fantasma e liberare porzioni delle foreste di gorgonie.

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